L’abitudine

le azioni ripetitive rassicurano

L’abitudine, a differenza degli istinti innati degli animali è un comportamento appreso. Ma, anche se si tratta del frutto di un apprendimento, la sua ripetizione reiterata, fa sì che essa diventi così naturale da risultare automatica, un’azione che si può fare “senza pensare”. Pensiamo per esempio alla differenza tra i primi passi che compie un bambino e la camminata in età adulta, ossia tra il muoversi impacciato di un neofita ballerino e quello leggero e spontaneo di uno professionista o ancora alla differenza in termini di sforzo e concentrazione tra la prima volta che abbiamo preso lezioni di guida e l’automatismo con cui guidiamo ogni giorno per andare a lavoro. Questo genere di apprendimento che funziona e richiede un meccanismo per associazioni, è rinforzato da un cosiddetto “premio” ossia una gratificazione, il raggiungimento di un obiettivo e la sensazione di soddisfazione ad esso associata. Ma a cosa ci servono le abitudini? Perché cioè tendiamo a ripetere comportamenti senza più senso e significato?

Questa ripetizione nel tempo della condotta abitudinaria permette alla persona un notevole risparmio di energia che può così essere canalizzata per la realizzazione di attività o il raggiungimento di obiettivi più complessi. Quante volte la mattina, per andare di corsa al lavoro compiamo una serie di gesti e azioni abitudinarie che ci permettono di essere più veloci, senza dover riflettere ogni volta ex-novo, per esempio, su quanto riempire la macchinetta del caffè piuttosto che come piegare le lenzuola per rifare il letto o qualsiasi altra azione abbiamo già compiuto tante altre volte? Questo ci consente di essere più versatili, più veloci appunto e di conservare energie da utilizzare canalizzando la nostra attenzione e concentrazione laddove ne abbiamo davvero bisogno.

Un’altra funzione dell’abitudine è quella di adattarsi ed orientarsi nella società, di assumere comportamenti da quest’ultima accettati e di prevedere quelli degli altri. Infatti essa vene definita da William James come «la più preziosa forza conservatrice della società». In questo senso l’abitudine assume una funzione rassicurante, nella misura in cui ci si riconosce appartenenti ad un sistema di rituali codificati conosciuti e familiari e in nome di tale appartenenza questi ultimi si condividono e si ripetono nel tempo. Pensiamo per esempio alle abitudini alimentari e a quanto un piatto di spaghetti possa far sentire “a casa” un emigrato italiano o alla consuetudine di mettersi la giacca per recarsi in ufficio.

Se da un lato l’abitudine ci assicura un’azione facile, rassicurante, veloce, precisa, riconosciuta e riconoscibile, efficiente e adattata -, dall’altro essa coincide con una diminuzione in termini di consapevolezza, intenzionalità, controllabilità, contestualizzazione, volontà, percezione della differenza e promozione del cambiamento. L’abitudine quando è l’espressione di rigidità e pigrizia si oppone sia al proprio cambiamento che alla percezione di un cambiamento esterno. In questi casi essa da adattiva può diventare disadattiva.

Le abitudini disadattive sono le cosiddette “cattive abitudini”: comportamenti radicati che risultano però disfunzionali ossia dannosi alla persona sia in termini individuali (di salute, di relazione, di qualità della vita in generale) sia in termini collettivi e sociali (il riconoscimento, il rispetto e la condivisione di norme e comportamenti del contesto in cui vive).

Nei primissimi anni della vita si forma il carattere di una persona che è l’insieme delle modalità con cui reagisce agli stimoli che la circondano. L’abitudine è uno dei fattori che contribuiscono alla strutturazione del carattere come assimilazione-interiorizzazione-apprendimento degli stimoli esterni e ne è allo stesso tempo espressione nella misura in cui ciascuno adotterà i comportamenti che riterrà più funzionali al proprio adattamento. Con il tempo il contesto cambia e quando le abitudini restano le stesse perdono la loro funzione adattiva. Facciamo un esempio: una cosa è un bambino che piange perché ha fame e vuole attrarre le attenzioni della madre, un’altra cosa è un adolescente che fa i dispetti perché non si sente preso in considerazione dal fidanzatino, altra cosa ancora è un adulto che si arrabbia in un contesto lavorativo perché non si sente sufficientemente gratificato dal proprio datore di lavoro. Anche queste azioni descritte possono essere definite cattive abitudini nel senso di schemi o copioni comportamentali appresi durante l’infanzia, inizialmente utili ma poi inconsapevolmente reiterati e inadeguati al contesto.

Solitamente però ci si riferisce a cattive abitudini come a quei comportamenti nocivi alla propria salute, non rispettosi del proprio corpo, incoerenti e distruttivi per la propria condizione esistenziale: fumare, mangiarsi le unghie, alimentarsi in modo scorretto, spendere il proprio tempo e/o soldi in modo poco costruttivo e addirittura auto- lesionistico (il gioco di azzardo e ultimamente la dipendenza dai social network, dai videogiochi e dai cellulari).   Ma come distinguere una cattiva abitudine da una dipendenza? Dal grado di consapevolezza, forza di volontà, gradi di libertà e quindi possibilità di scelta. Se una persona è ancora in grado di avere il controllo sul suo comportamento, allora è solo un’abitudine.

Nella misura in cui l’abitudine è un apprendimento, essa si può cambiare. Tanto più facile quanto meno il comportamento è consolidato e quanto più la persona sia consapevole, motivata e responsabile. La response-ability intesa come capacità di rispondere in maniera adeguata ad uno stimolo esterno ha a che fare con la abilità a percepire un ventaglio di possibilità comportamentali e con la scelta di quello più adeguato alla situazione. Il primo passo da fare resta in ogni caso il “contatto” con la sensazione-emozione-vissuto spiacevole ossia con il disagio causato dal comportamento abitudinario. Soltanto se la persona percepisce un po’ di frustrazione associata al “danno” che il comportamento inconsapevole le sta arrecando, si accorgerà del proprio limite e avvertirà il bisogno di una ri-definizione nel proprio agire quotidiano. Soltanto se il diabetico avvertirà i reali rischi che sta correndo mangiando dolci in termini di qualità della vita, soltanto se l’adolescente si accorgerà di quante occasioni di crescita sta perdendo stando tutto il giorno davanti ad un computer, allora essi diventeranno un po’ più disposti a compiere lo “sforzo” del cambiamento. Dietro ad ogni comportamento c’è un pensiero e, associato ad esso un’emozione. Non è possibile attuare un cambiamento nei primi senza aver messo in discussione i secondi e attraversato le terze.

la paura dell’ignoto

Una delle funzioni dell’abitudine è la rassicurazione. Spesso il conosciuto rasserena, mentre lo sconosciuto, l’ignoto spaventa. «C’è uno spazio tra il conosciuto-familiare-noto e lo sconosciuto-misterioso-ignoto (…) La vita di ogni essere umano si compie attraverso il gioco della sua vicinanza-distanza da questa soglia (…) É l’itinerario che compie il bambino ai primi passi per scoprire il mondo ritornando ogni volta dalla madre per essere rassicurato, ma è lo stesso viaggio che continua a fare chi vive continuando ad accogliere le sfide al cambiamento, della crescita e dell’auto-realizzazione»

Le dipendenze da fumo, alcool, cibo, l’onicofagia, ma anche quella da social network hanno a che fare proprio con la difficoltà di abitare questo “spazio”. Il procrastinare, la tendenza a chiudersi in uno spazio virtuale e a non affrontare quello reale, il “riempirsi” con il cibo o con il fumo, allontanare il contatto percettivo dal nostro respiro, hanno a che fare con un’impossibilità di contattare consapevolmente  l’ansia, la paura del nuovo, la difficoltà a mettersi in gioco, il dubbio, l’insicurezza, l’angoscia. Quando le “forme di esistenza” e i comportamenti vecchi e obsoleti non sono più soddisfacenti ma non ne abbiamo trovati di nuovi e non ci apriamo alla scoperta di questi, restiamo imprigionati in una “terra di mezzo”, un “limbo” dove dipendenze e cattive abitudini hanno la funzione di “coprire” vissuti di sofferenza e disagio.

Le dipendenze, una copertura per non aprirsi al nuovo.

Man mano che diventiamo consapevoli della nostra portata di libertà ma anche della irreversibilità di alcune scelte, abbiamo bisogno di una dose maggiore di coraggio per intraprendere la via del cambiamento. Ma allora cosa può aprirci al nuovo? Qual è lo stimolo che può darci la spinta per compiere questo salto nel vuoto?

Il desiderio! «L’eros, la curiosità e l’eccitazione sono il fuoco che permette alla mongolfiera di prendere il volo (…) L’eros è l’unico ponte con cui si riesce ad operare cambiamenti sul piano esperienziale».

Infine, come sopra affermato, un reale cambiamento non può avvenire solo sulla eliminazione del comportamento inadeguato, ma deve prevedere il contatto con ciò che l’ha causato e quindi con l’elaborazione del vissuto emotivo ad esso associato, processo insito al percorso psicoterapico.  Tuttavia, una nuova abitudine che sia la sintesi creativa e costruttiva adeguata al nuovo contesto e alla nuova fase di vita della persona, non può prescindere dal contatto con il desiderio-piacere. Ancora una volta, eros e pathos, sono le chiavi imprescindibili dell’unico possibile e reale cambiamento.

Bibliografia:

James W., Principi di Psicologia, (1890) Società Editrice Libraria, Milano 1901.
Ambrosio I., I bambini e l’educazione al coraggio, in Il Re Nudo, Trimestrale Tematico per l’Evoluzione dell’Essere, Speciale Bambini e Benessere n° 28 del 04/15
Quattrini Paolo Fenomenologia dell’esperienza, Zephiro ed., Milano 2006.