IL PIU’ GRANDE POTERE E’ SUPERARE I PROPRI LIMITI E VINCERE SU SE STESSI

Ogni volta che nella vita ci troviamo di fronte ad un ostacolo occorrerebbe fare un “salto evolutivo”, mettere insieme tutti i pezzi, le risorse, le esperienze maturate fino a quel momento ed utilizzarle nel modo più utile e funzionale alla risoluzione del problema e/o al raggiungimento dell’obiettivo. Come un bambino che si alza sulle punte per raggiungere un livello di altezza non ancora sviluppato, occorre fare uno sforzo, restare concentrati e scorgere nuove prospettive da mettere in gioco per reagire alla sfida in modo sempre nuovo. La pigrizia e l’abitudinarietà ci relegano all’interno di confini sempre uguali e allentano quella prontezza di riflessi a volte necessaria a rispondere nel qui e ora. Ma c’è un altro genere di ostacolo, collegato alla nostra struttura caratteriale, che quanto più è rigida, tanto più impone strette regole spesso inconsapevoli e disfunzionali. Il fatto è che nel mondo adulto degli esseri umani, il bagaglio di esperienza piuttosto che andare a costituire un set di utensili utile alla sopravvivenza diventa spesso un arsenale, una zavorra che pesa e ostacola, rendendoci inermi e inadatti alla vita o addirittura nemici di noi stessi. Gelosie, invidie, comportamenti ossessivi e quant’altro benché avere un motivato senso nella storia di vita di una persona, creano caos nell’enorme potenziale di risorse che ognuno di noi possiede. Alla base di ogni comportamento o pensiero distorto e disfunzionale c’è di solito il bisogno di controllare la propria e l’altrui vita, la mancanza di fiducia, l’ansia, le infinite paure. Paura di ammalarsi, di morire, della povertà, di perdere l’amore, la casa, il lavoro, lo status, il potere … La nostra società occidentale ha associato in maniera banalmente unidirezionale e meccanica, la perdita di qualcosa con l’infelicità (e mai con la libertà) e la vittoria con la felicità, ossia l’ “avere di più” con lo stare meglio. Spesso è così, ma non sempre. Se si ha un grande giardino bisogna avere il tempo per curarlo, se se ne hanno due, bisogna averne il doppio e così via. Lo stress spesso corrisponde alla percezione di una difficoltà nella gestione delle risorse esterne, uno squilibrio tra quello che vorremmo e quanto siamo disposti a curarlo. E così molte persone si lamentano in quanto ciò che hanno sempre desiderato, si trasforma in un incubo non appena, paradossalmente, il sogno si realizza: una convivenza, un matrimonio, un lavoro, perfino una vacanza e purtroppo a volte anche una gravidanza. E’ come se tali esperienze complesse e mutevoli venissero trattate come cose fine a se stesse, che una volta “possedute” se ne stanno ferme sopra un comodino. La vita, le relazioni non funzionano così per fortuna. Tutto è in costante movimento e tutto ciò che con ostinazione si oppone ad esso, prima o poi, genera sistemi chiusi e patologici.
Le emozioni sono uno dei motori del cambiamento, ne costituiscono la portata energetica e senza un coinvolgimento del livello emozionale (oltre a quello cognitivo, comportamentale e talvolta anche spirituale) nulla si muove. Non esistono emozioni “buone” e “cattive” ma piuttosto un loro uso funzionale o disfunzionale. Il primo passo è riconoscerle e per fare questo bisogna imparare ad ascoltarsi senza interferire con il giudizio. Bisogna accettarsi e talvolta inevitabilmente rispettare il proprio limite, anche se è frustrante. Solo un attimo dopo, potremmo spostarlo, se esso ci rende infelici. Ma se non lasciamo al nostro sguardo di attraversare con trasparenza la coltre tra noi e il mondo, se non siamo fino in fondo onesti con noi stessi, ogni passo successivo, ci porterà fuori strada. A volte è difficile ammettere a se stessi di provare rabbia, paura, gelosia o addirittura invidia. Ma è un passaggio necessario da fare “tra le mura domestiche” della nostra psiche, nell’intimità del dialogo con noi stessi (o col proprio psicoterapeuta) poterci permettere di raccontare quella versione sempre più vicina alla verità, anche se ci fa molto male.
Il secondo passo, dopo aver messo a fuoco lo status quo interiore, è chiederci come l’ “acqua della paura” o il “fuoco della rabbia” possano essere delle alleate nella nostra lotta. Per esempio la prima può essere utile a proteggerci, mentre la portata energetica della seconda può alimentare il coraggio e così via … Nulla è dannoso, se presieduto da un “buon governo” che in modo sapiente articola e muove i fili in un continuo equilibrio. Un equilibrio dinamico certo, che non coincide con un lasciare ristagnare le cose così come stanno senza affrontarle.
Ecco che allora dall’etimologia della parola emozione (E-MOVERE muoversi da) recuperiamo il senso del movimento, dell’azione derivante da uno stimolo; di quella capacità di rispondere (RESPONSE-ABILITY), che da un’altro etimo, stavolta del termine inglese, ci richiama al senso di responsabilità. L’azione “giusta” non sempre corrisponde alla prima che pensiamo, a quella per così dire “spontanea”, che al contrario spesso nasce da un bisogno di scaricare tensioni. Né si tratta di pensare a tavolino la “strategia comportamentale” quanto piuttosto di un lavoro di “aratura emozionale” che prepara quel terreno fertile e pulito da cui possano generare e fluire liberamente scelte e decisioni dalle quali scaturiranno effetti propositivi e volti alla realizzazione dell’individuo.
Quell’ auto-realizzazione che passa attraverso la sfera personale, professionale, affettiva e sociale di un uomo per poi confluire nella direzione di una crescita in cui alla fine, quando ci si volta indietro, non solo o non tanto il raggiungimento degli scopi è il più grande nutrimento, ma soprattutto tutto che siamo diventati per arrivare proprio lì dove siamo. Tutte le volte che abbiamo perdonato, che non abbiamo più permesso che l’altro ci ferisse, che non abbiamo avuto più bisogno dell’altrui autorizzazione per andare avanti e così via. Tutto questo e altro ancora ci ha permesso di arrivare alla più grande vittoria, quella su noi stessi e sui nostri limiti.

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