Il mistero di un capello

Il mondo dei vivi contiene (….) meraviglie e misteri che agiscono sulle nostre emozioni e sulla nostra intelligenza in modi così inesplicabili da giustificare una concezione della vita quasi come uno stato incantato.

(Joseph Conrad, La linea d’ombra)

A Lidia, Pina, Liliana, Angela, Rosa e a tutte le altre pazienti che attraverso la loro malattia e la loro morte mi hanno ricordato e mi ricordano quotidianamente il senso della vita.

 

Mi sveglio ma resto ad occhi chiusi. Una voce femminile dice, rispondendo al telefono, che mi trovo a Palmaviva… Ironia della sorte! – Penso- : è sempre stata una delle mie mete preferite! Ed eccomi qua, ci sono tornata… Ma non era certo questa l’isola selvaggia, senza porto dove amavo stare in rada. Ricordo soprattutto una piccola baia con la spiaggia e un ristorantino a conduzione familiare. Mi tuffavo e con i capelli ancora bagnati e i piedi caldi di sabbia, andavo incontro alla famiglia di pescatori che mi accoglieva a braccia aperte. Amo quel luogo, mette insieme due ingredienti per me fondamentali: la libertà e il sentirmi a casa… E’ qui che è cominciato il mio “viaggio” nel cancro o meglio il suo dentro di me. Anzi, no, è cominciato ancora prima… Stavamo risalendo la penisola, dovevamo portare la barca in cantiere, quella mattina la radio aveva annunciato burrasca e sulla scala Beaufort il vento dava 30 nodi: fummo costretti a fermarci nel porto di una piccola città del nord per diversi giorni. Finite le manovre di ormeggio, dopo aver messo a posto un po’ la barca, sono scesa a terra e ho cominciato ad esplorare la città. Ad un certo punto mi sono imbattuta in una piccola folla di donne riunite intorno ad un camper bianco parcheggiato in una piazza fuori ad una chiesa maestosa. Una di loro, giovane e con un bellissimo sorriso, mi ha avvicinato chiedendomi se avessi mai fatto una visita di controllo al seno e informandomi che se l’avessi voluta fare il servizio era gratuito. L’ho ringraziata e dicendole che non avevo tempo sono filata via… In realtà non era vero che non avevo tempo, non avevo voglia..

La struttura della città è piramidale: dal mare si dipanano molte stradine che si srotolano in maniera sempre più fitta verso la collina. Addentrandomi nei vicoletti mi accinsi a fare il mio solito giro di perlustrazione e come per nascondermi, per proteggermi mi persi nel brulichìo dei colori, delle voci e degli odori: questo è il mio modo di conoscere un luogo! Non leggo guide per turisti se non per un primo e grossolano orientamento, il mio approccio per la conoscenza del territorio è sempre stato quello di mischiarmi tra la gente, tra gli odori, tra i sapori.. E’ dai colori e dai sapori intuisco la storia di un paese, le dominazioni, le contaminazioni e mi sento a casa, nell’ombelico del mondo.

Ma quella volta non ci riuscivo a sentirmi figlia del mondo, a godermi la mia passeggiata alla scoperta della nuova terra. No, non era per via della burrasca annunciata: eravamo ormai al sicuro, in porto, anzi mi faceva piacere stare qualche giorno fermi. Ma il sorriso di quella ragazza, si era impresso come un’immagine fissa nella mia memoria, non riuscivo a dimenticarlo e mi procurava un fastidio, come un minuscolo tarlo che mi rosicchiava l’attenzione facendomi sentire una costante e opprimente pressione alle tempie. Decisi che sulla strada del ritorno mi sarei fermata per farmi questo controllo e anzi anticipai il rientro in quanto non sapevo fino a che ora il camper sarebbe stato lì. All’improvviso era diventata una prima necessità, la nuova rotta. Scendevo facendo la strada con il fiato sospeso a ritroso e da lontano, come s’impara navigando, avvistavo la mia meta: un puntino bianco, lo vedo, è ancora lì… Arrivai in tempo presso il camper di quella che era un’associazione di volontariato per la prevenzione e la cura del cancro al seno. Non fu bianco però, né piccolino il puntino che trovò il dottore al mio seno, il sinistro, quello dalla parte del cuore! Lo lessi subito nel suo sguardo: due piccole lune si disegnarono nelle sue pupille che si stringevano come per allontanarsi dalle mie. Mi chiese di tornare il giorno dopo per avere la risposta degli accertamenti ed eventualmente per fare ulteriori indagini. Mi disse che non voleva allarmarmi, ma che c’era un nodulo che non gli piaceva.

Il vento veniva da nord-est: il mal tempo stava per arrivare. Tornai in barca, era una notte senza stelle, il cielo di un violaceo accattivante e inquietante. Restai in silenzio a fissare il mare con il vento in faccia che mi soffiava forte: mi godevo la sensazione di quel vento che mi accarezzava con il tocco dolce di mani sottili di una madre che capisce e con il vigore e la forza di mani grandi un padre che sostiene. Ripensai alle carezze della mia vita: mia madre aveva sempre poco tempo (ma forse anche poca voglia) di accarezzarmi, mio padre lo faceva ma non senza un certo strano tremore ed imbarazzo tra le mani. La persona che in assoluto mi aveva più accarezzato in tutta la mia vita era stato il mio ex-compagno: io restavo ferma e come se fossi stata un gatto per ore mi lasciavo accarezzare dalla punta dei capelli alla punta dei piedi, dalla punta dei piedi alla punta dei capelli: che balsamo vitale l’intimità! Quanto mi mancava… Da quando non ce l’avevo più avevo lasciato la terraferma. Da quando lui era partito senza preavviso né spiegazioni, la casa, l’intimità, il focolare domestico erano zona interdetta per me.

Le guance cominciavano a bagnarsi di esili rivoletti d’acqua, dolci in quanto mi restituivano un po’ di respiro, come se mi consolassero, mi facevano sentire meno sola, ma in bocca era salato il loro sapore. Il vento sempre presente si occupava di asciugarli, gli ero grata, ma stanca lo salutai e scesi sotto coperta.

Come sempre qui il mare si sentiva di più, la barca ballava, a pancia in sotto sul letto, sentivo nel mio petto tutta la potenza delle onde che si rompevano sotto lo scafo, sotto di me.

Ma non m’infastidiva, no. Avrei potuto anche scegliere di dormire sulla terraferma presso l’ostello dei velisti o da amici del capitano che ci avevano offerto ospitalità mettendoci a disposizione una stanza nella loro casa. No, volevo stare in barca, quanto più vicino possibile al mare: il porto era abbastanza rintanato nella costa e non so perché ma mi faceva piacere sentire il mare farsi grosso, come se attraverso le sue onde gridasse, si ribellasse, ed era quello che avrei voluto fare io. Ribellarmi, mandare al diavolo quel giovane medico, che probabilmente si era sbagliato, non presentarmi alla visita l’indomani mattina, aspettare che calasse il vento e che il mare tornasse un po’ più calmo, aizzare le vele e siii… lasciare quel porto, quella città, quelle colline, quei vicoletti, quella piazza e quel camper, quel sorriso inquietante, quel puntino bianco… ma soprattutto veder scomparire l’immagine di quella zona d’ombra nel mio petto, dentro di me, vicino al mio cuore.

Durante la notte le onde crescevano gradualmente insieme al vento che, facendo battere le drizze contro gli alberi, sembrava orchestrare a ritmo del mare un concerto di campanelli intonato da tutte le barche a vela ormeggiate nel porto. Cresceva anche l’intensità del mio sgomento, mi abbracciai forte a tutti e due i cuscini e lasciandomi cullare da quel moto intenso mi addormentai.

All’alba la luce bianca e invadente entrò nella cabina senza bussare e senza pietà né rispetto per il mio bisogno di riposo, mi ricordava che il giorno è cominciato: era già tempo di agire. Dopo poche ore mi aspettavano in ospedale. La paura dolce e nostalgica della sera precedente si tradusse in una fastidiosa ansia e lo stomaco si stringeva in un pugno riluttante di chi è costretto a fare qualcosa di cui profondamente non ha voglia.

Ma sin dall’inizio il ruolo di paziente m’imponeva di fare la brava bambina, di avere pazienza per l’appunto. Ho sempre odiato fare la brava bambina, non lo sono mai stata, neanche da piccola. Solo il mare mi riesce un po’ a domare. Solo quando navigo mi sento piccola, piena di devozione e di rispetto per il dio Nettuno che con il suo profumo, con la sua chimica m’inebria e mi placa, addolcendo un po’ il mio spirito ribelle. E’ lui che con la sua maestosità mi ha insegnato a rispettare i confini dell’umano, a volare basso e a mantenere la calma di fronte al mistero, di fronte all’infinito anche quando ho paura o sono terribilmente arrabbiata. Allora tiro un respiro profondo e vado: pronti per la virata? Pronti!

In ospedale il medico parlava ma io non riuscivo a sentirlo… In testa una folla di immagini e di pensieri s’interpongono tra me e lui, è l’effetto di quando faccio una cosa controvoglia, non la faccio veramente. Non riuscivo ad essere presente, vedoevo il labiale e ogni tanto qualche parola tecnica senza molto senso per me mi arriva all’orecchio: Adenocarcinoma mammario… “Dottore, si, ho capito, ho un tumore, vero?” “Si, signora, al seno. Ma oggi la ricerca è avanzata, il cancro al seno si cura con una percentuale molto alta…” “Mi scusi, ma non m’interessano le percentuali: io sono una sola e potrei stare benissimo da una parte o dall’altra della barricata. Piuttosto mi dica: che devo fare? Cosa mi aspetta?”

“Innanzitutto c’è l’intervento chirurgico..” “Di che intervento si tratta? Cosa mi faranno? Mi devono asportare il seno? E poi perché innanzitutto? Che significa?….” Avevo chiare le domande, ma non riuscivo ad ascoltare le riposte. Mi sentivo come una volta durante una traversata oceanica quando ormai lontano dalla terra non ci arrivava più alcun segnale umano, compresa la radio per il meteo.. Presagivamo dal cielo, dal vento e dal mare segnali di mal tempo, ma nessuno dalla terraferma poteva confermarci né tantomeno potevamo chiedere aiuto: eravamo noi e il mare. Bisognava rimanere lucidi e con i piedi per terra, ascoltare i segnali del vento e rispettarli. Ma c’era una grande differenza: io quel mondo l’avevo scelto, l’amore per il mare mi aveva fatto compiere azioni di grande coraggio che non avrei mai pensato potessi essere capace di fare. E invece lì che ci facevo? Perché a me? Perché proprio a me? Solo domande, solo domande si affollavano nella mia mente…

A quel punto, mentre il turbinio delle domande cominciava a farmi girare la testa, il medico mi guardò fisso negli occhi: solo in quel momento capii che avrebbe potuto rappresentare una piccola bussola per me. Allora gli dissi che ero confusa e che avevo paura. Mi chiese come mai ero sola. Gli spiegai, che non era la mia città, mi trovavo lì di passaggio. Cominciammo ad intenderci. Allora mi spiegò rassicurandomi che era un intervento semplice, senza alcun rischio. Mi disse che assolutamente non mi avrebbero asportato tutto il seno, ma solo una piccola parte. L’unica cosa è che lui consigliava di farlo il prima possibile, addirittura avrebbe fissato l’appuntamento fra due giorni… Ecco che riemergevano nuove domande. Avrei avuto piacere a farlo nella mia città, con la mia famiglia. Ma quel medico, da quando mi aveva guardato negli occhi si era conquistato la mia fiducia. Assentii. Non avvisai nessuno dei miei: da lontano li avrei sottoposti ad uno shock troppo forte e sapevo che in questo momento non avrebbero avuto le risorse per affrontarlo: mia madre era troppo vecchia e mia sorella aveva troppi problemi. E poi c’era troppo poco tempo.

Parlai però con il capitano che era anche un mio vecchio amico. Mi fu molto vicino, mi chiese se avevo voglia di stare almeno per quella notte a casa con loro. Mi disse che se volevo avrebbe potuto inventare una qualsiasi scusa con i suoi amici e chiedergli ospitalità anche per più tempo dopo l’intervento. Gli dissi che non mi vergognavo di avere il cancro e che mi sarei sentita a casa solo se avessi potuto dire cosa mi stava succedendo. Mi sentii molto accolta da questa famiglia di pescatori umili, gentili ed ospitali. Non mi guardarono con sospetto né con malizia. Anzi, lei mi raccontò di avere avuto una sorella con lo stesso “problema”. Mi diede un po’ fastidio quell’ultima parola, ma mi resi conto che ciò era dovuto all’ipersensibilità del momento: d’altronde si sa che la maggior parte della gente ha molta difficoltà a pronunciare la parola CANCRO.

“Signora, è per lei. Ce la fa a prendere la cornetta? Se la sente di parlare al telefono?” Disse l’infermiera con un tono un po’ troppo alto ma gentile. Ecco riapro gli occhi. Mi tiro un po’ su. Ho il corpo tutto indolenzito. “Chi è?” “Una signora, credo, sua sorella..” “Mia sorella???” Afferro la cornetta, dall’altra parte sento:

“Tesoro!” “Ciao. Che ne sapevi che ero qui? Chi ti ha dato il numero?”

“Non importa, poi ne parliamo.. Come stai?” “Ho il corpo un po’ indolenzito.. il braccio … ma credo tutto bene. Prima è passato il dottore mi ha detto che l’intervento era riuscito e che probabilmente dopodomani mattina mi dimetteranno”

“Senti, io fra un paio di ore prendo il treno e stasera sono da te” “Ma come fai? E i bambini? A chi li lasci?”

““Ho già organizzato tutto, a mamma” “A mamma? Mica gliel’hai detto?”

“Macchè, non ti preoccupare … Le ho detto che devo accompagnare Stefano ad una causa importante …”

“Mmm .. Ma lascia stare, la freccia rossa costa troppo.. Eppoi io non so quanto mi fermo, se poi, me ne voglio scendere via mare…”

“E qual è il problema? Lidia, smettila di preoccuparti di mille cose.. Io ho voglia di starti vicina, non mi vuoi?” “Certo che ti vorrei, in realtà mi sento un po’ sola”

“E allora? La vuoi smettere di fare la super donna? Vuoi imparare a chiedere? Tu ci sei sempre stata per me nei momenti difficili… E io voglio esserci! Ti chiamo quando arrivo”

Era vero: le delusioni della vita mi avevano un po’ indurito il cuore. Evitavo sempre di chiedere aiuto e cercavo con un senso di sfida, di misurarmi da sola con il mondo. Ma in quel letto bianco, quella mattina ero stanca di sfide e la voce di mia sorella arrivò nel momento giusto a lenirmi un po’ il dolore e la paura, a farmi tornare la voglia di alzarmi dal letto, ma non per sfidare la vita a petto aperto, no, quanto per il desiderio di rincontrarla. Allora mi avvicinai alla finestra, c’è una bellissima vista da qui. Si vede anche il porto. Ogni porto è un crocevia di vita e di sogni. Per un attimo mi scorrono immagini del viavai di gente, gli sguardi secchi e parlanti dei marinai, avvisto la zona in cui abitano gli amici di Paolo, il capitano. Guardo il mare, gli accenno un inchino con il capo. Poi alzo gli occhi al cielo: il tempo è un po’ migliorato rispetto all’altra sera, ma non del tutto… Chissà che le previsioni meteo non abbiano sbagliato, spesso succede, nel bene e nel male.. Gli uomini hanno strumenti sempre più sofisticati per arrivare alla verità, ma la sfiorano appena e ogni volta che sbagliano possiamo cogliere lo sguardo impietoso di un Dio cattivo, il suo sorriso beffardo o la compassione di chi con amore ti ricorda che l’unica maniera di avvicinarci alla verità è attraverso l’errore.

E così le mie aspettative sul “progetto terapeutico” (così lo chiamano tecnicamente ) furono deluse. L’intervento era andato bene, si, ma non era finita lì… Ma forse non fu proprio un errore, quanto una mezza verità e all’improvviso mi ritornò il senso di quel “innanzitutto” che era scappato di bocca al giovane medico. Mi aspettava un’altra traversata, la più difficile della malattia e forse della mia vita: la chemioterapia. La pazienza e la determinazione di mia sorella e di quel medico furono preziosi, mi lasciai guidare un po’ di più: non mi bastavano più il mare e il vento. Avevo bisogno di qualcuno fidato che mi consigliasse il da farsi e che soprattutto se ne occupasse burocraticamente. Fu molto dura da accettare, non avevo mai preso neanche un’aspirina da bambina, non sopportavo gli odori né i sapori da chimica farmaceutica: ma la rotta era abbastanza obbligata e questa volta stetti a sentire di più le percentuali… Ma a poco a poco cominciavo a spegnermi dentro: mi mancava l’odore del mare, non ne avevo più memoria…Tornai nella mia città e per un periodo mi trasferii a casa di mia madre, da lì il mare era davvero lontano. In quei sei mesi mi lasciai un po’ andare, mi succede sempre quando sono costretta a fare una vita che non condivido. Il cancro rende schizofrenici: bisogna combattere contro qualcosa che ci nasce e ci cresce intimamente dentro e le terapie, ciò che ci dovrebbe guarire, fare del bene, sono la causa della più profonda e immediata sofferenza. Prima del cancro avevo un rapporto meraviglioso con il mio corpo, con i miei odori e mi sono sempre “fidata” delle mie sensazioni: oggi non mi fido più del mio organismo e la puzza della chemioterapia ha annullato ogni odore mio e degli altri, con un alone invasivo e pervasivo che penetra tutto il mondo che mi appartiene… Come potevo più orientarmi? Senza odori, né sapori… Vomitavo, vomitavo, vomitavo… E ogni capello che mi cadeva era un filo che mi allontanava dalla vita. Se il male mi nasce dentro, il problema sono io? Cosa ho fatto, cosa devo scontare? Quando la ricerca di senso assume le sfumature della colpa e la malattia diventa la giusta punizione, la rabbia si trasforma in cieca disperazione. E’ davvero difficile accettare che sia stato un caso quando si è perso il senso dell’umano mistero. Quella notte sognai di essere un’ebrea con i nazisti alle calcagna: ero calva e magra. Per scappare ai tedeschi ci nascondevamo nel deposito sotterraneo di una stazione ferroviaria in disuso. Non vedevo luce.

Il giorno seguente, mentre facevo il IV° ciclo di chemio affianco a me, conobbi una ragazza molto giovane. Parlava con tutti e sorrideva. Sembrava essere riuscita ad andare oltre la malattia. Le chiesi come faceva a continuare a sorridere. Mi disse che si aggrappava alla vita grazie all’amore che aveva per i figli. Mi chiese cos’avevo di più caro al mondo. Non fu così facile rispondere per me: mia madre, mia sorella, i miei nipoti, il mare… Ma cos’è che mi rendeva umana? Per tutto il tempo della chemio, che non mi era mai sembrato scorrere così velocemente, rimanemmo a parlare. Mi presentò una psicologa che mi fece fare uno strano esercizio, una sorta di “meditazione olfattiva” attraverso cui richiamare alla memoria con l’immaginazione e la concentrazione un odore: sarebbe dovuto servire a controllare la nausea e il vomito. All’inizio la guardai incredula, ma la mia nuova amica di chemio disse che con lei aveva funzionato… Cominciammo: mi chiese un odore preferito. Su questo non avevo dubbi. All’inizio fu difficile concentrarmi, ma la psicologa aveva una voce bellissima e mi guidò nella ricerca del mio mare. Lo trovai! e non ci crederete ma la nausea cominciò gradualmente a sfumare e a poco a poco, sarà per gli esercizi di meditazione (che ormai facevo anche regolarmente a casa) o per l’assuefazione ai medicinali, come dicevano i medici , smisi di vomitare. La psicologa m’invitò a degli incontri che tenevano presso un’associazione di volontariato con tutte donne operate al seno. Avevo sempre guardato con sospetto a queste iniziative, ma alla fine decisi di andare. Conobbi molte amiche di avventura che ogni giorno si sforzavano di trovare dietro ad ogni sofferenza un senso e che con grande creatività trasformavano a volte addirittura il cancro in un gioco. Per esempio al secondo incontro scoprii che si divertivano a scambiarsi le parrucche e mi coinvolsero in questo pazzo gioco!

Era uno spazio libero per accogliere ogni vissuto ed emozione, condividerlo, riviverlo, lontano dalla fretta e dal tecnicismo dei medici e dalle preoccupazioni della famiglia. Era un luogo dove, paradossalmente, anche se eravamo tutte “malate” nessuno più era “solo malata”, tornavamo ad essere persone libere di esplorare qualsiasi fantasma decidevamo di guardare insieme. Ma allo stesso tempo, ognuno di noi aveva avuto esperienza diretta della malattia e aveva sviluppato sulla propria pelle una certa “competenza” in materia. Cominciai a ritrovarmi sempre di più, a ritrovare la bussola dentro di me anche in maniera più profonda di quanto non fosse prima della malattia. Non c’era in me qualcosa di sbagliato perché mi ero ammalata, anzi, forse per la prima volta cominciavo a concedermi il permesso di essere pienamente me stessa. Tenuta a bada la nausea e il vomito, capii che se volevo mandare giù i bocconi amari avevo bisogno di un “premio”, di qualcosa di “gustoso” che mi agganciasse profondamente alla vita e mi ricordasse ogni volta che valeva la pena di continuare… Tra una chemio e un’altra, per brevi tratte, cominciai a riprendere a navigare e per la prima volta mi iscrissi ad una regata, non per competere quanto per assaporare lo spirito di gruppo. Quando il mare era troppo mosso o il mio stomaco troppo in subbuglio con l’aiuto della psicologa e delle mie compagne di avventura simulavamo delle traversate e anche se non era certo la stessa cosa, scoprii di avere un equipaggio davvero speciale. Finalmente arrivai alla meta: la chemio era finita. Ricominciarono a ricrescere i capelli. Presi a curarli come non avevo mai fatto durante tutta la mia vita. Mi massaggiavo la cute con un olio di jojoba e mi crebbero folti e forti come mai. Ogni capello nuovo che spuntava dalla mia bianca cute gli sorridevo, lo salutavo come un buongiorno alla vita, come un filo d’erba che sboccia dalla terra su un prato. Ricominciai a credere nel miracolo della vita che si rigenera da sé.

L’ultimo scoglio fu l’ormonoterapia: i medici insisterono in quanto per la mia forma tumorale sembrava molto indicata e consigliata. Un’altra volta assentii da brava paziente. No, non ebbi particolari effetti collaterali, a parte la sensazione di sentirmi ancora nel braccio della malattia e… ahimè, la menopausa indotta. Avevo 36 anni e non avevo mai pensato ad un figlio. Mai come allora compresi profondamente il valore di poter generare dal proprio corpo un’altra vita, mai come allora cominciai a desiderarlo… Com’è vero che capisci il valore delle cose quando non le hai più.. Se tutto fosse andato per il verso giusto a 38 anni mi sarebbe tornato il ciclo e se avessi incontrato un nuovo amore… chissà… Volevo avere il coraggio di sognare, volevo mettermi le ali, godermi ogni piccolo particolare del viaggio fino alla fine… Questa pausa mi aveva dato prospettiva e profondità, avevo solo un po’ di terreno da recuperare… Per ogni meta una rotta mi dissi e scelsi la terra. Tornai nella mia città, trovai una piccola casa di legno vicino al mare con un po’ di terra intorno e con l’aiuto di alcuni vecchi amici diedi vita ad un orto sinergico: piselli qua, carote là, pomodori qua , cipolle là. Tra loro non mi sentivo mai sola. Ogni tanto andavo al porto, ma non sentivo più il bisogno di partire per emozionarmi, né della maestosità del mare aperto per rispettare il mistero e godermi l’incanto. Ogni mattina appena sveglia correvo a sbirciare l’orto e mi sorprendevo dello stupore che provavo per ogni millimetro di terra sbocciata… In primavera fu un girotondo di colori e un arcobaleno di odori. Non mi restava che assaporarli e farli assaporare.

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